mercoledì 1 aprile 2009

Dialogo sulla scienza

scritto da me e il gruppo 'filo' (io, tommaso, chiara, beatrice, elena 'cosci', filippo) per un concorso di filosofia, sul tema della scienza. Riprende in parte un mio vecchio scritto (non poi così vecchio :-P)

μετα τασ εδωδασ

meta tas edodas (dopo pranzo)

Di questo logos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza.
Eraclito di Efeso

Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto sarebbe pensato.
I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche.
Immanuel Kant

Non esistono fatti, ma solo interpretazioni.
Friederich Nietzsche

Ci sono cose che l'intelligenza è capace di cercare, ma che, da sola, non troverà mai.
Henry Bergson


Eutidemo, fino ad allora silenzioso, prese la parola. “Tu Eracleo hai affermato che la scienza non ha valore conoscitivo. Ma se la conoscenza non si esaurisce a ciò di cui abbiamo un riscontro assolutamente certo, come la si può allora definire? Se dovessimo fermarci dinanzi a questo primo ostacolo, saremmo costretti a farlo immediatamente, e il nostro processo conoscitivo non avrebbe neppure inizio. Inoltre, certe cose che la scienza assume possono comunque ritenersi valide, non solo dal punto di vista pratico.”
“Bene! Questa è senz'altro una critica costruttiva, e un ottimo spunto di riflessione. Come hai ben notato, io ho detto che la scienza non ha valore conoscitivo, ma non ho definito cosa significhi conoscenza, né perché l'uomo la persegua, né quali possano essere i suoi scopi.”
“È così.”
“Dunque. Etimologicamente la parola 'conoscenza' significa 'apprendere con l'intelletto', creare un sistema di cognizioni acquisite con lo studio e la meditazione, cominciare ad apprendere, a fare proprie delle nozioni, a farsi un'idea del mondo. Conoscere è apprendere, imparare. Tutte queste definizioni, però, non esauriscono a parer mio una così ampia facoltà, un così grandioso bisogno dell'uomo. Perché di bisogno si tratta, è un'esigenza dell'uomo, quella a conoscere, che lo richiama ad espandersi, a migliorarsi, a porsi in una condizione di maggiore consapevolezza, a realizzarsi come persona, a tendere verso un qualcosa che, sebbene appaia incomprensibile, vuole essere raggiunto, compreso, vissuto.
Voglio ora cominciare una digressione, per descrivere da dove possa derivare questo bisogno, da dove provenga la conoscenza, perché forse questo è l'unico modo per risalire al suo significato.”
“Ti ascoltiamo.”
“Partiamo dal principio, dal principio dell'uomo. Durante la gravidanza, l'uomo è tutt'uno con la madre. Il feto non conosce nulla dell'esterno, trova in sé tutto quanto lo possa soddisfare. Esso è solo soggetto in questo momento. Soggetto non ancora affermatosi propriamente come tale, in quanto non conosce null'altro all'infuori di sé: non contrapposto a null'altro, si considera un 'tutto'. Al momento della nascita, però, questa supremazia è destinata a crollare. Uscendo dal ventre della madre, il neonato viene immediatamente a contatto con l'esterno, scopre di non essere più solo, vede condizioni esterne differenti da quelle proprie al suo interno, condizioni che hanno una forte influenza, un forte impatto su di lui. La reazione è una sola: il pianto. Questa scoperta lo porta al dispiacere, alla disperazione. È tra le braccia della madre che ritrova una parte di sé, che colma in parte il suo dispiacere. Il neonato si è visto come soggetto, ma non più come 'tutto', perché ha contrapposto a sé un oggetto, che lo ha spiacevolmente influenzato.
Venendo a contatto con questi oggetti, l'uomo nota come alcuni di essi riescano a procurargli piacere: il nutrimento, il calore della madre, mentre altri gli provochino dispiacere: la fame, il freddo. Il bambino ha instaurato dei rapporti con oggetti esterni, e questa è la sua primaria conoscenza: lo studio dello svolgersi di questi rapporti. In base all'effetto che hanno su di lui, cerca di procurare a sé stesso il piacere e di allontanare il dispiacere. La sua conoscenza si esplica quindi nel comprendere le sue connessioni con il mondo esterno e cercare di trarne beneficio. Questa conoscenza la possiamo definire come 'pratica'. Il bambino è dedito allo studio delle sue relazioni con gli oggetti, l'influenza che questi hanno su di lui, e come poter modificare il rapporto per ottenere un riscontro a lui gradito. Il metodo usato per questa conoscenza è prevalentemente empirico: basato sull'esperienza, se una cosa riesce sgradita non verrà più fatta e la si eviterà.”
“Quindi tu classifichi questa conoscenza come pratica.”
“Esatto, in quanto è finalizzata ad un uso materiale, non è conoscenza 'pura'. Il bambino, crescendo, svilupperà diverse capacità, intrinseche alla natura umana, e di conseguenza elaborerà la sua conoscenza in diverse forme tutte necessarie per la limitata completezza del processo conoscitivo.”
“Ma cos'è questa conoscenza pura? Ce n'è forse bisogno?”
“Presto arriverò anche a quello. Ora riprendo il mio discorso.
La conoscenza pratica è una schematizzazione entro modelli razionali comprensibili all'uomo di quella che è la realtà a lui esterna. È una semplificazione, e rappresenta la realtà, ma non è la realtà, non riprende la sua essenza e il suo svolgimento, ma è solo l'interpretazione a posteriori che l'uomo vi fornisce. La scienza può essere considerata tra le massime espressioni di questo tipo di conoscenza, è il bambino che, evolvendosi, ha elaborato un sistema sempre più efficace e funzionale, migliorandolo di volta in volta. La scienza rappresenta una fase del suo processo conoscitivo, accanto a tante altre, ognuna delle quali si considerava, inquadrata nel suo momento, la più aderente alla realtà e la più valida.
Veniamo ora a presentare, sia pur in maniera minima, quella che io definisco conoscenza 'pura'.
Il bisogno dell'uomo di conoscenza non si ferma a quella pratica. La semplice osservazione della nostra storia ci fa vedere come l'uomo abbia da sempre cercato di andare oltre questa semplice conoscenza pratica. È la questione che ha posto l'uomo in una condizione di insoddisfazione, con questo imperante bisogno di andare oltre. L'arte, la letteratura, l'amore, la filosofia...si riconducono al valore pratico o significano qualcosa di più? Filosofia, φιλοσοφία, è 'amore per il sapere'. Non è sapere per fare, sapere per il potere, è sapere fine a sé stesso, la filosofia non è serva di nessuno. È un modello alternativo, forse esule dalla razionalità stessa, che punta oltre la superficie della realtà. Verso cosa? Talete si è distinto dagli altri uomini perché guardava in alto, verso le stelle. Questo desiderio, 'de-siderum', dalle stelle, tensione verso l'infinito, caratterizza la conoscenza pura. Questo ci può permettere di scostare quel velo di mistero che ancora ricopre la realtà fenomenica, il significato più recondito delle cose. La scienza non è di per sé volta alla praticità, ma è ormai unicamente orientata a questo, “sapere è potere”, si tramuta in tecnica, o, ancor meglio, in conoscenza pratica. Eppure anche la scienza mantiene, nel suo disegno di infinita tensione ad una realtà che non potrà mai descrivere appieno, che non potrà mai cogliere, quel desiderio che spinge l'uomo, attraverso numerosi mezzi, a quell'oltre tanto aspirato e che rimarrà sempre irraggiungibile. Forse è il percorso stesso il suo compimento, ogni singolo istante compiuto in quella direzione è verità, compiutezza. Rimango pur convinto che la scienza non abbia valore conoscitivo. È un modello creato dall'uomo, fallibile e suscettibile di modifiche, è una rappresentazione, sia pur internamente coerente, ma non è e non esaurisce la realtà. Conoscenza è la tensione, in tutte le sue sfaccettature, che passano per arte, letteratura, scienza, dialogo, pensiero, meditazione, riflessione, verso quell'irraggiungibile infinito che da sempre attira l'uomo. Forse vera conoscenza è trascendere tutti questi mezzi per dedicarsi a ciò verso cui essi puntano, che non sarà mai rappresentabile in alcun modo, né dalla più precisa legge scientifica, né dalla più raffinata poesia, andando al di là delle apparenze, cogliendo il nocciolo segreto delle cose.”
“Quindi non neghi la validità della scienza in questo modo.”
“Ancora una volta, voi ciechi sostenitori delle vostre verità cercate sofisticamente di attirare le mie frasi a voi. Non nego il suo valore pratico. Nego il suo valore conoscitivo se essa dovesse ripiegarsi su sé stessa, sulla sola rappresentazione fenomenica, senza cercare di andare oltre, rifacendosi a quell'umana tensione che definisco conoscenza 'pura'. Nessun modello razionale può esaurire questo bisogno, questa tensione conoscitiva, nessuno. Bisogna richiamarsi a qualcos'altro, a qualcosa che esuli dalla praticità e si rivolga unicamente all'uomo. Attorno ad essa si possono sviluppare anche conoscenze pratiche, ma il vero fine è un altro. Il vero fine...non credo di poterlo spiegare attraverso semplici e vuote parole, non credo sia possibile rinchiuderlo entro un modello. Alcuni modelli, però, possono indicarcelo, sia pur da lontano, possono aiutarci a percorrere quel lungo cammino il cui seme è deposto in ogni uomo, e che germoglia soltanto in colui che sceglie di beneficiare di questa illimitata potenzialità. La Filosofia, nucleo della conoscenza pura, riassume in sé quel carattere soggettivo che impedisce all'uomo di diventare semplice ingranaggio nelle mani del sistema, e gli permette di mantenere e salvare la sua umanità.”

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