Oggi (ieri :-P) è la giornata della memoria, e in classe abbiamo visto un documentario tratto da “palco e retropalco” (o qualcosa del genere, una trasmissione rai comunque) sull'argomento, che ripercorreva alcuni momenti della shoah e illustrava in maniera cruda e toccante quello che è stato il genocidio ebraico.
Da questa pagina della storia sono rimasto sempre colpito, colpito e amareggiato. Ma non è di questo che voglio parlare, se ne è dibattuto sempre molto, e in maniera decisamente migliore di come potrei farlo io. Però guardando quel video oggi non ho potuto fare a meno di pensare all'eredità che ci è rimasta di tutto ciò. Un grande senso di colpa, uno sguardo delicato e compassionevole verso il popolo ebreo, il popolo vittima, a cui tutto si deve restituire. E se penso che quasi 7 milioni di ebrei sono morti per ottenere ciò che accade ora in israele/palestina, penso quasi siano morti inutilmente. Ho sollecitato l'argomento in classe, menzionando alcuni dei numerosi crimini commessi dallo stato israeliano, che non sono solo crimini di guerra, sono crimini contro l'umanità intera. Ho accennato ai numerosi richiami fatti dall'onu verso israele, i quali sono tutti caduti nel nulla, e nessuno (per lo meno tra i “potenti”) si è schierato apertamente contro questo fatto, contro la presunzione di uno stato che si reputa sopra a tutti gli altri, sopra alle più basilari regole dettate dal buon senso o anche solo dal rispetto per la vita. Ho fatto notare come, mentre i soldati nazisti uccidevano 20 ebrei per ogni soldato nazista morto, gli israeliani uccidano 1500 palestinesi contro 4 o 5 ebrei morti. La risposta che ho ottenuto è stata sconfortante. La mia prof ha detto di conoscere già questi fatti, ma che ciò non deve minimamente intaccare il ricordo di 7 milioni di ebrei sterminati senza nessun motivo, a tavolino. Lungi da me il volerlo fare, questa pagina è e deve rimanere una pagina indelebile, ferma nei nostri pensieri e far parte del bagaglio con cui ci apprestiamo a guardare il presente (come tutte la storia dovrebbe essere per noi). Ed è proprio per questo che quanto avviene ora in palestina è un oltraggio alla memoria di quegli ebrei. Che non avevano nulla a che fare con quelli che sterminano civili in palestina oggi, sia ben chiaro. Oltre ciò mi è stato detto “cosa possiamo fare noi?”. Io ho sollecitato a informarsi, a diffondere queste notizie, ragionare insieme, dibattere, conoscere, formare il proprio spirito critico e maturare una maggiore consapevolezza con cui porsi di fronte al mondo. “Sì, belle parole, ma cosa possiamo fare di concreto? Queste decisioni non competono a noi, che non possiamo fare altre che rimanere indignati da ciò che compiono i capi di stato. Ma noi non ne siamo responsabili, e ha poco senso porre queste questioni qui e ora, quando non ci competono e non possiamo farci assolutamente nulla”. È vero, non possiamo farci nulla. Però questo è l'atteggiamento che ha portato noi tutti, il mondo intero, nella situazione in cui si trova, ci troviamo. Cosa possiamo fare di concreto? Io rimango convinto che ciò che accade ai piani alti sia solamente lo specchio di ciò che accade in noi. E penso che delle grandi ingiustizie che accadano, una piccola parte della colpa me la debba addossare proprio io. Perché io non sono migliore di quei capi di stato che tanto mi piace criticare. Almeno, non lo sarò finché non potrò considerarmi “pulito” sotto ogni aspetto. E per fare ciò la via è quasi impossibile, va dal rinunciare ad ogni atteggiamento egoista, fino al rinunciare ai benesseri che derivano dallo sfruttamento di altri uomini (e, nel primo mondo in cui vivo, significa rinunciare quasi a tutto). È vero, di concreto non possiamo fare nulla. Nulla. È sconfortante. Il mondo non può cambiare. Ciò che avviene in Palestina non dipende da me, e nulla posso fare per risolvere, anche in minima parte, le cose. Ma guai a farsi fermare da questo. Come diceva Erich Fromm “Non spetta a noi completare l'opera, ma non abbiamo il diritto di astenerci dall'iniziarla”. E anche se non dovesse essere mai completata, chiuderci dietro ad un “cosa possiamo fare di concreto?” significa condannare lo spirito dell'uomo, condannare la speranza, condannare sé stessi e tutti gli altri, mascherandosi dietro alla propria presunta impotenza. Se è vero che a fermare la guerra non possiamo essere noi (“cosa dovremmo fare, scendere tutti e manifestare in piazza? Credi forse che qualcuno ci ascolterebbe?”), forse anche solo spingendo un'altra persona a riflettere sulla questione, e partendo da questa a pensare in maniera più consapevole e lungimirante, potremmo compiere qualcosa di senz'altro utile e, in un certo modo, grande. Questo continuo giustificazionismo, questo deresponsabilizzarsi ci aiuta sempre a ergerci di fronte alle ingiustizie del mondo, noi, presunti Buoni e Giusti della situazione, che ci ritroviamo da soli e impotenti a combattere contro un mondo di Cattivi e Ingiusti. Non stanno così le cose, affatto, sebbene ci sia molto più comodo crederlo.
Il discorso è ancora ben lungo, queste sono solo alcune riflessioni a caldo. Nella speranza di scrivere qualcosa di più esaustivo a breve, ora mi dedico alla mia triste attività scolastica (triste finché rimane semplice memorizzazione e studio mnemonico di materie pressoché inutili).
Buona giornata
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mercoledì 28 gennaio 2009
lunedì 17 novembre 2008
La canzone del bambino nel vento (Auschwitz) - Memoria
Nomadi – La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)
Son morto con altri cento,
son morto ch'ero bambino:
passato per il camino,
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz c'era la neve:
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d'inverno
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio;
è strano: non riesco ancora
a sorridere qui nel vento.
Io chiedo come può l'uomo
uccidere un suo fratello,
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone,
ancora non è contento
di sangue la belva umana,
e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
che l'uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare,
e il vento si poserà
Oggi ho visto un documentario (l'ennesimo) su Auschwitz, sui campi di concentramento, sulla Shoah.
Questo era un po' diverso però. A parlare erano degli anziani, ebrei, che queste cose le hanno vissute. Non era un film, non era pieno di effetti speciali e trucchetti cinematografici, no. C'erano solo loro, le loro parole, i loro sguardi e sullo sfondo Auschwitz, ora solamente un insieme di decrepiti edifici e un grande prato verde con qualche albero e fiore sparso.
Beh...
Come può l'uomo uccidere un suo fratello? Come può, senza conoscerlo, senza sapere nulla di lui, uccidere una persona in tutto e per tutto uguale, probabilmente con gli stessi affetti, le stesse emozioni, le stesse ansie, angosce e paure?
Non lo so.
Eppure la storia ce lo insegna, il presente ce lo insegna, il futuro non ci prospetta qualcosa di migliore.
Bestie erano diventate, prive di qualsivoglia briciolo di umanità. Deve avere un impatto psicologico tremendo. Privati di aspetto, vestiti, nome, personalità, lavoro, amici, famiglia. Ridotti a semplici automi, meno che bestie. Spaventoso.
Commovente era il film. Mi hanno toccato soprattutto tre testimonianze.
Il primo raccontava il suo incontro con la madre, appena entrato nel campo. La corsa per abbracciarla, le poche parole scambiate, mentre tuonavano le parole dei tedeschi, gli sguardi impauriti ma sollevati dalla vista di un viso familiare. Il suo racconto si interrompe, è arrivato al saluto con la madre. “Fu l'ultima volta che la vidi”. E quello sguardo mi ha trapassato il cuore, mi ha fatto crollare tutte le certezze, mi ha steso.
Il secondo aveva un compito tremendo. Doveva raccogliere i cadaveri dalle camere a gas, ripulirli di vestiti, capelli e oggetti di “valore” e portarli via. Aveva una voce monotona, fredda, distaccata. A fare quel lavoro non era un uomo, non era “più” un uomo.
La terza...ha detto una delle cose più terribili, la più terribile forse. “Non sarei mai dovuta uscire da Auschwitz”. Ha perso la sua umanità, la sua vita, la sua speranza. Ha abbandonato sé stessa e tutto ciò a cui poteva legarsi, ad Auschwitz.
Il film si chiama “Memoria”, è del 1997. Come ha ricordato il professore che ha organizzato la proiezione, molti di questi testimoni sono morti, e gli altri moriranno nei prossimi anni. Niente di eccezionale, hanno più di 70 anni, è il normale corso della vita. Eppure queste cose è bene non dimenticarle.
E assieme a queste, è bene non dimenticare che tutto ciò non è così distante da noi. Queste cose sono accadute, potrebbero accadere nuovamente e accadono tutt'oggi.
“I nostri lager sono nel terzo mondo, lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, la nostra società ha assunto dal modello nazista parecchie cose. La società occidentale moderna ha bisogno di qualcuno che paghi le conseguenze dei pochi che ne beneficiano. Questi pochi hanno perso ogni consistenza, sono lontani, fugaci ed irreali per noi. Eppure esistono e senza di essi la nostra società collasserebbe.
È bene non dimenticarlo, è bene non dimenticare.
Son morto con altri cento,
son morto ch'ero bambino:
passato per il camino,
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz c'era la neve:
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d'inverno
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio;
è strano: non riesco ancora
a sorridere qui nel vento.
Io chiedo come può l'uomo
uccidere un suo fratello,
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone,
ancora non è contento
di sangue la belva umana,
e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
che l'uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare,
e il vento si poserà
Oggi ho visto un documentario (l'ennesimo) su Auschwitz, sui campi di concentramento, sulla Shoah.
Questo era un po' diverso però. A parlare erano degli anziani, ebrei, che queste cose le hanno vissute. Non era un film, non era pieno di effetti speciali e trucchetti cinematografici, no. C'erano solo loro, le loro parole, i loro sguardi e sullo sfondo Auschwitz, ora solamente un insieme di decrepiti edifici e un grande prato verde con qualche albero e fiore sparso.
Beh...
Come può l'uomo uccidere un suo fratello? Come può, senza conoscerlo, senza sapere nulla di lui, uccidere una persona in tutto e per tutto uguale, probabilmente con gli stessi affetti, le stesse emozioni, le stesse ansie, angosce e paure?
Non lo so.
Eppure la storia ce lo insegna, il presente ce lo insegna, il futuro non ci prospetta qualcosa di migliore.
Bestie erano diventate, prive di qualsivoglia briciolo di umanità. Deve avere un impatto psicologico tremendo. Privati di aspetto, vestiti, nome, personalità, lavoro, amici, famiglia. Ridotti a semplici automi, meno che bestie. Spaventoso.
Commovente era il film. Mi hanno toccato soprattutto tre testimonianze.
Il primo raccontava il suo incontro con la madre, appena entrato nel campo. La corsa per abbracciarla, le poche parole scambiate, mentre tuonavano le parole dei tedeschi, gli sguardi impauriti ma sollevati dalla vista di un viso familiare. Il suo racconto si interrompe, è arrivato al saluto con la madre. “Fu l'ultima volta che la vidi”. E quello sguardo mi ha trapassato il cuore, mi ha fatto crollare tutte le certezze, mi ha steso.
Il secondo aveva un compito tremendo. Doveva raccogliere i cadaveri dalle camere a gas, ripulirli di vestiti, capelli e oggetti di “valore” e portarli via. Aveva una voce monotona, fredda, distaccata. A fare quel lavoro non era un uomo, non era “più” un uomo.
La terza...ha detto una delle cose più terribili, la più terribile forse. “Non sarei mai dovuta uscire da Auschwitz”. Ha perso la sua umanità, la sua vita, la sua speranza. Ha abbandonato sé stessa e tutto ciò a cui poteva legarsi, ad Auschwitz.
Il film si chiama “Memoria”, è del 1997. Come ha ricordato il professore che ha organizzato la proiezione, molti di questi testimoni sono morti, e gli altri moriranno nei prossimi anni. Niente di eccezionale, hanno più di 70 anni, è il normale corso della vita. Eppure queste cose è bene non dimenticarle.
E assieme a queste, è bene non dimenticare che tutto ciò non è così distante da noi. Queste cose sono accadute, potrebbero accadere nuovamente e accadono tutt'oggi.
“I nostri lager sono nel terzo mondo, lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, la nostra società ha assunto dal modello nazista parecchie cose. La società occidentale moderna ha bisogno di qualcuno che paghi le conseguenze dei pochi che ne beneficiano. Questi pochi hanno perso ogni consistenza, sono lontani, fugaci ed irreali per noi. Eppure esistono e senza di essi la nostra società collasserebbe.
È bene non dimenticarlo, è bene non dimenticare.
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